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N. 37 RICORSO PER LEGITTIMITA' COSTITUZIONALE 14 - 23 luglio 2008

Ricorso per questione di legittimita' costituzionale depositato il 23 luglio 2008 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Professioni - Norme della Regione Emilia-Romagna - Professioni turistiche - Istituzione della nuova professione di animatore turistico e definizione dei requisiti per il relativo esercizio - Assenza di ogni riferimento alle figure professionali turistiche come definite nell'ambito della legislazione nazionale di cui all'art. 7, comma 5, della legge n. 135/2001 - Ricorso del Governo - Ritenuta violazione del principio fondamentale per cui l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili, e' riservata allo Stato - Denunciata violazione della competenza legislativa statale nella materia concorrente delle professioni. - Legge della Regione Emilia-Romagna 27 maggio 2008, n. 7, art. 3, comma 7, e collegato comma 7 dell'art. 3 della legge regionale n. 4 del 2000, come novellato dall'art. 4 della legge regionale n. 7 del 2008. - Costituzione, art. 117, comma terzo; legge 29 marzo 2001, n. 135, art. 7, comma 5. Professioni - Norme della Regione Emilia-Romagna - Professioni turistiche di animazione e di accompagnamento - Condizioni per l'esercizio - Attribuzione alla Giunta regionale della competenza in ordine alla definizione delle modalita' attuative per il conseguimento dell'idoneita' all'esercizio delle previste professioni - Ricorso del Governo - Ritenuta violazione del principio fondamentale per cui la definizione e la disciplina dei requisiti e dei titoli necessari per l'esercizio delle professioni e' riservata allo Stato - Denunciata violazione della competenza legislativa statale nella materia concorrente delle professioni. - Legge della Regione Emilia-Romagna 27 maggio 2008, n. 7, art. 4, sostitutivo dell'art. 3 della legge regionale n. 4 del 2000, con riguardo ai commi 1, lett. b), e 10 dell'articolo sostituito. - Costituzione, art. 117, comma terzo. Professioni - Norme della Regione Emilia-Romagna - Professioni turistiche - Attribuzione alle province delle funzioni concernenti la programmazione ed autorizzazione delle attivita' formative relative alle professioni turistiche ed alla tenuta ed istituzione degli elenchi provinciali delle professioni stesse - Ricorso del Governo - Ritenuta violazione del principio fondamentale che riserva allo Stato l'individuazione delle figure professionali, con i relativi profili ed ordinamenti didattici, l'istituzione di nuovi albi, la disciplina dell'organizzazione di corsi abilitanti di aggiornamento e riqualificazione delle professioni, nonche' violazione del principio della validita' delle autorizzazioni sull'intero territorio nazionale - Denunciata violazione della competenza legislativa statale nella materia concorrente delle professioni, lesione del principio comunitario della libera prestazione dei servizi, violazione del rispetto del vincolo comunitario, nonche' della competenza esclusiva statale in materia di tutela della libera concorrenza. - Legge della Regione Emilia-Romagna 27 maggio 2008, n. 7, artt. 5 e 6. - Costituzione, art. 117, commi primo, secondo, lett. e), e terzo; trattato CE, art. 49. (008C0655) (GU 1a Serie Speciale - Corte Costituzionale n.36 del 27-8-2008)  



Per l’animatore turistico è d’obbligo l’ iscrizione all’ ENPALS
Pubblicato da: il Fri, 5 Jun 2009.

"Non può essere negata la qualifica di lavoratori dello spettacolo perchè realizzano "animazione" a beneficio degli ospiti."
 
Cassazione, Sentenza 29/4/2009, n. 9996
CONSULENTI DEL LAVORO . IT

Lo ha sancito la Corte di Cassazione, osservando che non si applica  il disposto dell'art. 1, comma 205, legge n. 662/96 in forza del quale gli animatori turistici erano stati inclusi, a decorrere dall'1 gennaio 1997, nella gestione commercianti di cui alla legge n. 613/66; infatti tale inclusione concerneva soltanto gli animatori turistici che avessero svolto la propria attività in regime di autonomia. 
Per la Corte  non può essere negata la qualifica di lavoratori dello spettacolo agli animatori appunto che, nell'ambito delle rispettive competenze, concorrono con la propria attività lavorativa alla realizzazione della cosiddetta “animazione” a beneficio degli ospiti della struttura turistica e che, pertanto, pienamente legittima è il dpr n. 203/93,  che ne ha previsto l'obbligo di iscrizione all'ENPALS.



Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 36895/2009

Come noto, l’animazione turistica è, in linea generale, individuabile nell’insieme delle attività ludico-ricreative (e talvolta anche sportive), che vengono proposte da hotel e resort attraverso personale a ciò dedicato, nell’ottica di offrire un più ampio servizio ai propri clienti.
A tal proposito, sotto un profilo non commerciale ma prettamente tecnico e legale, risulta una prassi diffusa quella di sottostimare il ruolo che tali animatori rivestono all’interno del sistema di analisi dei rischi e gestione degli stessi. Una pericolosa forma mentis, adottata da parte della stragrande maggioranza degli addetti al settore, che nasce tipicamente da due principali fattori: il primo è radicato nella alterata percezione che le attività di animazione, in quanto prevalentemente ludiche, non possano associarsi alla parola rischio; il secondo è legato al fatto che trattasi prevalentemente di animatori non assunti stabilmente nell’organico della struttura, spesso di giovane età, e come tali erroneamente non considerati destinatari delle normative in materia di sicurezza.
Se invece si effettuasse una più attenta valutazione dei pericoli insiti nello svolgimento di tutte quelle attività che ruotano attorno al settore animazione, si percepirebbe immediatamente la pluralità di ipotesi di rischio che possono concretizzarsi. Questi, infatti, assumono una molteplicità di connotati differenti, dovuti alla particolarità della frequente interazione tra animatori e clienti, solitamente a stretto contatto durante lo svolgimento delle attività previste durante la vacanza. Il cliente, invero, non va considerato come un elemento estraneo al più generale concetto di salute e sicurezza nel mondo del lavoro, bensì come una figura direttamente coinvolta dai precetti normativi del Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (dlgs 81/08), anche perché presente negli stessi luoghi ove altri soggetti svolgono le proprie mansioni lavorative. 
Il concetto sul quale ci vorremmo però maggiormente focalizzare è legato al fatto che l’animatore svolge direttamente una serie di mansioni che non gli dovrebbero competere, richiedenti delle conoscenze specifiche a lui tipicamente estranee: si passa dalla realizzazione di arredi, costumi e talvolta di vere e proprie scenografie, fino alla costruzione di strutture mobili per spettacoli all’aperto. Ci troviamo quindi di fronte alla necessità di una attenta e preventiva valutazione dei rischi, che tenga conto non solo dei più classici pericoli dovuti a scivolamenti, abrasioni, scottature solari, cadute, urti e inciampi (tipici dell’attività ludica svolta dall’animatore), ma talvolta di veri e propri rischi tipici di attività a lui avulse. Basti pensare ai pericoli legati alla costruzione di vere strutture portanti, tipiche dei palchi usati negli spettacoli all’aperto, al rischio nella movimentazione dei carichi, al rischio di elettrocuzione legato a un incauto utilizzo di attrezzature e/o all’errato montaggio luci per gli spettacoli.
In particolare, i pericoli per la sicurezza legati all’impropria realizzazione di impianti elettrici, attraverso prolunghe precarie e multiprese, sono molto più diffusi e reali di quanto molti possano immaginare: basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle attività di animazione, specie serali o notturne, prevede almeno un impianto di illuminazione o di diffusione sonora, con tutte le necessarie precauzioni da adottare per l’incolumità dei lavoratori coinvolti e di tutti i partecipanti.
E la Suprema corte si è recentemente occupata proprio di tale aspetto, con riguardo al decesso per folgorazione di un animatore, verificatosi durante un’attività ricreativa in spiaggia. Il fatto: un ragazzo, animatore nello stabilimento balneare gestito dall’imputato, perdeva la vita essendo rimasto folgorato nell’atto in cui metteva in funzione l’impianto elettronico del suono, messa lo spinotto del mixer alla cassa acustica dopo aver dato corrente allo stesso impianto; ciò a causa della mancanza di collegamento a terra del mixer (funzionante a 200 volt) collegato sotto la sabbia con nastro isolante, e per aver reso inefficienti mediante by-pass gli interruttori differenziali installati a monte della linea di alimentazione. 
La Corte, dopo aver esaminato la ricostruzione dei fatti, ha così statuito: «…omissis… È stato inoltre accertato che lo stereo collocato nel gazebo era collegato alla corrente in modo del tutto rudimentale, attraverso un cavo che passava sotto la sabbia formato da tre spezzoni uniti tra loro da nastro isolante ed era privo di messa a terra. Di tale specifica situazione, evidentemente non a norma e pericolosa correttamente è stato ritenuto responsabile il N., datore di lavoro dello Z. e tenuto pertanto ad assicurare che le condizioni in cui il medesimo operava non fossero pericolose. Del tutto impropriamente viene invece richiamata la responsabilità della ditta che ha effettuato l’impianto dell’albergo, non essendo dimostrato che a tale ditta era stato commissionato anche il compito di installare l’attrezzatura elettrica per l’animazione da svolgersi sulla spiaggia» (Cassazione penale, sezione IV, sentenza n. 36895/2009).
Infine, appare indispensabile almeno un brevissimo cenno all’ipotesi di esternalizzazione dell’attività di animazione, fenomeno sempre più diffuso nella realtà turistica del nostro paese: molte strutture ricettive tendono infatti ad affidarsi ai servizi di società terze, specializzate nel settore ludico-ricreativo, che forniscono il personale a ciò dedicato.
Anche in questa fattispecie peraltro si ricade nell’ampia previsione del sopra richiamato Testo unico (dlgs. 81/08), con una precisa serie di responsabilità, e un dettagliato corpus di verifiche e attività, sia preliminari all’incarico, sia successive, da porre in essere per assicurare il rispetto delle norme volte a garantire la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Concludiamo sottolineando che agli occhi del cliente, in quest’ultimo caso di avvenuta esternalizzazione, la responsabilità non sarà da attribuirsi alla ditta esterna di animazione, ma alla struttura alberghiera che ospita il turista stesso, e che, magari incautamente, si è rivolta a tale ditta, omettendo una puntuale compliance al complesso dettato normativo in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
 

Non paga l’IRAP il direttore d’orchestra in assenza di una “autonomia organizzativa”

 

L’attività professionale non è assoggettabile ad IRAP in assenza di una “autonomia organizzativa” ma con costi per compensi a terzi attinenti a servizi forniti da strutture esterne (scuole, teatri, enti, fondazioni, essendo il contribuente musicista), aventi carattere occasionale e di importo relativamente modesto (CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 20 febbraio 2017, n. 4359)L’Agenzia delle Entrate ricorre per Cassazione, nei confronti di un musicista direttore d’orchestra, avverso la sentenza della CTR della Emilia-Romagna con la quale, in controversia concernente l’impugnazione di una cartella di pagamento emessa per IRAP dovuta e non versata in relazione all’anno d’imposta 2003 ed all’attività professionale di musicista direttore d’orchestra, è stata riformata la decisione di primo grado, che aveva respinto il ricorso del contribuente. In particolare, i giudici d’appello, nell’accogliere il gravame del contribuente, hanno sostenuto che non ricorreva il requisito dell’autonoma organizzazione, in assenza di dipendenti o di collaboratori o di beni strumentali “idonei a sostituire il lavoro dipendente”, emergendo modeste spese di ammortamento e spese per compensi a terzi contenute.La ricorrente lamenta l’insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata con riferimento alla ritenuta insussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione, malgrado la presenza di spese per collaboratori esterni, di natura non irrisoria.
La Suprema Corte respinge il ricorso affermando che l’IRAP coinvolge una capacità produttiva “impersonale ed aggiuntiva” rispetto a quella propria del professionista, determinata dalla sua cultura e preparazione professionale, e colpisce un reddito che contenga una parte aggiuntiva di profitto, derivante da una struttura organizzativa “esterna”; il requisito della autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità solo se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente, impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.
La Corte ha poi ribadito che riguardo al presupposto dell’IRAP, il requisito dell’autonoma organizzazione, previsto dall’art. 2 del d.lgs. 15 settembre 1997, n. 446, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente:
a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell’organizzazione e non sia, quindi, inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse;
b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l’id quod plerumque accidit, il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui che superi la soglia dell’impiego di un collaboratore che esplichi mansioni di segreteria ovvero meramente esecutive”.
In merito all’impiego non occasionale di lavoro altrui, costituente una delle possibili condizioni che configurano l’esistenza di un’autonoma organizzazione, la Corte riafferma che è soggetto ad Irap il professionista che, per prestazioni afferenti l’esercizio della propria attività, eroga elevati compensi a terzi, restando indifferente il mezzo giuridico utilizzato e, cioè, il ricorso a lavoratori dipendenti, a una società di servizi o un’associazione professionale.
In conclusione per la Corte di Cassazione la sentenza della C.T.R. risulta conforme a detti principi di diritto, avendo i giudici affermato, per l’anno in contestazione, che l’attività professionale non era assoggettabile ad IRAP, in assenza di una “autonomia organizzativa” dell’attività professionale, correttamente valutando anche i costi per compensi a terzi attinenti a servizi forniti da strutture esterne (scuole, teatri, enti, fondazioni, essendo il contribuente musicista), aventi carattere occasionale e di importo relativamente modesto.

Giurisprudenza - CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 28 settembre 2016, n. 19189 Lavoratori dello spettacolo - Assunzione a termine - Nullità - Omessa individuazione nel contratto dello spettacolo o del programma per la cui realizzazione il dipendente è assunto

 

Svolgimento del processo1. — Con sentenza del 4 dicembre 2010 la Corte di Appello di Napoli ha confermato, sebbene con diversa motivazione, la pronuncia del locale Tribunale che aveva respinto il ricorso di S. nei confronti della Fondazione Teatro di San Carlo volto ad ottenere l'accertamento della nullità del termine apposto ad una serie di contratti intercorsi tra le parti dal 27 ottobre 1996 al 15 luglio 2004; la Corte ha dichiarato altresì il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in ordine ai contratti stipulati sino al 23 maggio 1998.
Per quanto ancora interessa, la Corte - premesso che per il periodo successivo a detta data doveva applicarsi la normativa contenuta nella I. n. 230 del 1962 e nella I. n. 56 del 1987 e che i contratti successivi ai 9 settembre 2001 ricadevano nell'area di applicabilità del d. Igs. n. 368 del 2001 - ha ritenuto che tutti i contratti impugnati fossero rispettosi di tali discipline, concludendo che "nessun profilo di nullità della clausola del termine si ravvisa nei contratti stipulati tra le parti ed oggetto di causa".
2. - Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso S. con due motivi. Ha resistito con controricorso la Fondazione Teatro San Carlo.
Motivi della decisione
3. - Con il primo motivo si denuncia violazione o falsa applicazione della I. n. 230 del 1962 e dell'art. 1 del d. Igs. n. 368 del 2001, nonché insufficiente e contraddittoria motivazione sui punti decisivi della controversia, in relazione all'art. 360, co. 1, n. 3 e n. 5, c.p.c.
Si deduce che dalla lettura dei contratti depositati in atti risulterebbe "l'evidente elusione" da parte della Fondazione della richiamata disciplina, "in quanto contenenti una mera elencazione, non specificativa, dell'attività per la quale si fa ricorso all'apporto della ricorrente, senza alcuna indicazione del contributo professionale richiestole e per il quale risulta necessario assumere un lavoratore non inserito a tempo indeterminato". Rammentato che la S. era stata assunta reiteratamente per anni, anche per intere stagioni concertistiche, si lamenta che nei contratti non vi era alcun riferimento né alla temporaneità, che non consentiva lo stabile inserimento della ricorrente nell'impresa, né all'atipicità o singolarità rispetto ad ogni altro programma normalmente e correntemente organizzato dalla datrice di lavoro, nell'ambito della propria attività, né, infine, all'apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo della fondazione.
Con il secondo motivo si denuncia "erronea interpretazione dell'art. 1 d. Igs. n. 368/2001 in relazione ai principi espressi dalla Direttiva CEE 1999-70".
Si eccepisce che "dalla lettura della sentenza del giudice di prime cure e mutuata anche dalla Corte di Appello ... pare possibile derivare una incondizionata possibilità di stipulare i contratti a termine con i propri lavoratori da parte delle Fondazioni Liriche e Teatrali". Sì sostiene che "nel caso di specie si evince palesemente come ai lavoratori a termine dello spettacolo non sia stata garantita alcuna delle misure elencate nella direttiva 99/70/CE, né alcuna misura equivalente, volta a prevenire e, nel caso, sanzionare l'utilizzo abusivo di contratti a tempo determinato stipulati in successione".
4. - Opportuno premettere che non risulta impugnata la statuizione con cui la Corte territoriale ha dichiarato "il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in ordine alle domande intese all'accertamento della nullità dei termini apposti ai contratti stipulati sino al 23/5/98", per cui su tale declaratoria si è formato il giudicato.
Ciò posto, per quanto riguarda invece i contratti a termine stipulati tra le parti in contesa successivamente a tale data ed oggetto di controversia, il primo motivo di ricorso deve essere accolto, in ragione di principi già affermati in materia da questa Corte equi condivisi.
4.1. - Dal punto di vista della disciplina tempo per tempo applicabile è sufficiente rammentare quanto statuito da Cass. n. 6547 del 2014, cui si rinvia per la compiuta disamina dell'evoluzione del complesso quadro normativo (conf. Cass. n. 10924 del 2014 ed altre), che ha affermato i seguenti principi di diritto:
a) successivamente alla trasformazione (a partire, dunque, dal 23 maggio 1998), e fino all’entrata in vigore del d. Igs. n. 368 del 2001, ai contratti di lavoro a termine stipulati con le fondazioni lirico-sinfoniche si applica la disciplina prevista dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, con l'unica esclusione costituita dell'art. 2 legge cit., relativa alla proroghe, alla prosecuzione ed ai rinnovi dei contratti a tempo determinato, come stabilito dal d. Igs. n. 367 del 1996, art. 22 (per cui non hanno fondamento le argomentazioni esposte nel controricorso circa l'inapplicabilità della I. n. 230 del 1962 alla Fondazione napoletana);
b) dopo l’entrata in vigore del d. Igs. n. 368 del 2001, ai contratti di lavoro a termine stipulati dal personale delle fondazioni lirico-sinfoniche previste dal d. Igs. n. 367 del 1996, si applicano le disposizioni di cui al d. Igs. n. 368 del 2001, con le uniche esclusioni costituite dall’art. 4, relativo alle proroghe, e dall'art. 5, relativo alle prosecuzioni ed ai rinnovi, come stabilito da detto decreto legislativo, art. 11, comma 4; in proposito la sent. n. 6547/14 cit, ha cura di rilevare che il preciso richiamo non all'art. 1 del d. Igs. n. 368 del 2001, bensì agli artt. 4 e 5, i quali si riferiscono alla reiterazione dei contratti a termine, nella misura in cui si introduce una deroga ad un regime generale non consente una interpretazione estensiva "fino al punto di ricomprendere la disapplicazione dei principi generali ... della necessità dell’atto scritto e della sussistenza delle ragioni giustificative dell'apposizione del termine"; pertanto la violazione "delle norme che prevedono la forma scritta ad substantiam e la specifica indicazione della causale, devono essere riportate nell'ambito della disciplina ordinaria del contratto di lavoro a tempo determinato, con la conseguente conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato"; in altri termini, l'esclusione dell'applicabilità del d.Igs. n. 368 del 2001 alle fondazioni lirico-sinfoniche opera in caso di successione dì contratti e non si estende alle anomalie genetiche dei medesimi.
Rispetto al d.l. n. 64 del 2010, convertito, con modificazioni, in I. n. 100 del 2010, questa Corte, con la sent. n. 6547/14 in discorso, ha anche preso posizione sull'interpretazione dell'art. 3, rubricato "Disposizioni in materia di personale dipendente dalle fondazioni lirico-sinfoniche", il cui comma 6 è articolato in vari periodi.
Riguardo al primo periodo del comma, il quale dispone che "alle fondazioni lirico-sinfoniche, fin dalla loro trasformazione soggetti di diritto privato, continua ad applicarsi la L. 22 luglio 1977, n. 426, art. 3, commi 4 e 5, e successive modificazioni, anche con riferimento ai rapporti di lavoro instaurati dopo la loro trasformazione in soggetti di diritto privato e al periodo anteriore alla data di entrata in vigore del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368", si è sancito che esso "ha un valore meramente confermativo della inapplicabilità ai rapporti in esame delle norme in tema di rinnovi dei contratti a tempo determinato, dovendosi intendere tale termine riferito alla continuazione del rapporto di lavoro dopo la sua scadenza e per un periodo superiore a quello indicato dal legislatore, la riassunzione del lavoratore effettuata prima della scadenza del periodo minimo fissato dalla legge, nonché, infine, il fenomeno delle assunzioni successive alla scadenza del termine e senza soluzione di continuità. L'art. 3 non riguarda invece i vizi afferenti alla mancanza dell'atto scritto e alla insussistenza delle ipotesi tipiche ovvero delle ragioni di carattere produttivo che legittimano l'apposizione del termine".
Significativamente, poi, avuto riguardo al terzo periodo del comma 6 dell'art. 3 in esame, secondo il quale "Non si applicano, in ogni caso, alle fondazioni liricosinfoniche le disposizioni del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 01 e 2", questa Corte ha affermato che è "solo ... per effetto di tale disposizione, e a partire dalla sua entrata in vigore, che le fondazioni vengono esonerate dall'applicazione del principio secondo cui il contratto di lavoro subordinato è stipulato, di regola, a tempo indeterminato, nonché dalla regola che impone l'obbligo di forma scritta per i contratti a termine di durata superiore a 12 giorni", atteso che "la portata fortemente derogatoria e l'assenza di norme espresse che inducano una diversa interpretazione depongono per la natura irretroattiva del disposto di cui al l'art. 3, comma 6, terzo periodo". In tal modo risulta confermata l'operatività del principio richiamato al punto b) di cui sopra, circa i contratti successivi all'entrata in vigore del d.Igs. n. 368 del 2001 oggetto anche della presente controversia, nonostante la sopravvenuta previsione del terzo periodo del comma 6, art. 3, d.l. n. 64/2010.
4.2. - Tale ricognizione del quadro normativo ha trovato corrispondenza nella sentenza della Corte costituzionale n. 260, 11 dicembre 2015, che ha richiamato non solo Cass. n. 6547/2014 più volte citata, ma anche Cass. n. 10924, n. 10217, n. 7243, n. 5748 del 2014, oltre alle più risalenti Cass. n. 18263 del 2013 n. 11573 del 2011, quali espressione di un "orientamento conforme" e "restrittivo" nel sancire che il divieto di conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato per le fondazioni liriche è circoscritto alla materia dei rinnovi e a quella connessa delle proroghe, ma non investe ogni ipotesi di violazione delle norme sulla stipulazione di contratti di lavoro subordinato a termine.
Il giudice delle leggi ha così dichiarato "l’illegittimità costituzionale dell'art. 40, comma 1-bis, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69 (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 9 agosto 2013, n. 98, nella parte in cui prevede che l'art. 3, comma 6, primo periodo, del decreto-legge 30 aprile 2010, n. 64, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 29 giugno 2010, n. 100, si interpreta nel senso che alle fondazioni lirico-sinfoniche, fin dalla loro trasformazione in soggetti di diritto privato, non si applicano le disposizioni di legge che prevedono la stabilizzazione del rapporto di lavoro come conseguenza della violazione delle norme in materia di stipulazione di contratti di lavoro subordinato a termine".
Ha ritenuto, infatti, che la norma impugnata non enuclea una plausibile variante di senso dell'art. 3, comma 6, primo periodo, del d.l. n. 64 del 2010 e dell'art. 3, quarto e quinto comma, della legge n, 426 del 1977, in quanto "la norma, oggetto di interpretazione, contiene un riferimento specifico ai rinnovi dei contratti a termine". "Secondo il significato proprio delle parole - continua la Corte - che è canone ermeneutico essenziale (art. 12 delle disposizioni sulla legge in generale), il vocabolo "rinnovo" evoca un concetto diverso rispetto a quello dell'illegittimità del termine, apposto al primo contratto. Se il rinnovo attiene alla successione dei contratti e all’aspetto dinamico del rapporto negoziale, la questione scrutinata nel giudizio principale verte su un vizio genetico, che inficia il contratto sin dall'origine". Con il che risulta inequivocabilmente avallata la giurisprudenza di legittimità innanzi riportata sull'interpretazione dello stesso art. 3, co. 6, d.l. n. 64/2010, conv. in I. n. 100/2010, oggetto della norma interpretativa dichiarata incostituzionale.
Secondo la Corte costituzionale "la disposizione impugnata, che non interferisce con il divieto di stabilizzazione nelle ipotesi di proroghe e di rinnovi illegittimi, opera in una latitudine circoscritta e riguarda la sola ipotesi della violazione delle norme sull'illegittima apposizione del termine", così ledendo in pari tempo, per la sua natura retroattiva, "l'affidamento dei consociati nella sicurezza giuridica e le attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria".
L'illegittimità costituzionale della norma scrutinata viene colta anche sotto un distinto e non meno cruciale profilo in quanto "nell'estendere il divieto di conversione del contratto a tempo determinato oltre i confini originariamente tracciati, includendo anche l'ipotesi di un vizio genetico del contratto a tempo determinato, la norma pregiudica un aspetto fondamentale delle tutele accordate dall’ordinamento ai rapporti di lavoro, in un contesto già connotato in senso marcatamente derogatorio rispetto al diritto comune".
In tal senso la sentenza n. 260 del 2015 rammenta che, "con riguardo ai lavoratori dello spettacolo, la Corte di giustizia ha valorizzato il ruolo della "ragione obiettiva" come mezzo adeguato a prevenire gli abusi nella stipulazione dei contratti a tempo determinato e come punto di equilibrio tra il diritto dei lavoratori alla stabilità dell’impiego e le irriducibili peculiarità del settore (sentenza 26 febbraio 2015, nella causa C-238/14, Commissione contro Granducato di Lussemburgo, che riprende le affermazioni della sentenza della Corte di giustizia, 26 novembre 2014, nelle cause riunite C-22/13, da C-61/13 a C-63/13 e C-418/13, Mascolo ed altri)".
Per completezza si evidenzia, infine, che la Corte costituzionale osserva come nel giudizio incidentale di costituzionalità "non incide la nuova disciplina in tema di contratti a tempo determinato delle fondazioni di produzione musicale, introdotta dal decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81"; infatti "per effetto dell'art. 57, tale disciplina (artt. 23, comma 3, e 29, comma 3) si applica soltanto dal 25 giugno 2015, giorno successivo a quello della pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, e pertanto non concerne i diritti sorti nel vigore della normativa antecedente". Se ne trae la conclusione, condivisibile anche rispetto alla fattispecie che ci occupa, che tali novità legislative non dispiegano alcuna influenza sui giudizi in corso.
4.3. - In questa cornice normativa va considerato l’orientamento di questa Corte (da ultimo ribadito da Cass. n. 17064 del 2015), espresso riguardo all'ipotesi prevista dalla I. n. 230 del 1962, art. 1, lett. e), che, nel testo sostituito dalla I. n. 266 del 1977, consente l'assunzione a termine di personale "riferite a specifici spettacoli ovvero a specifici programmi radiofonici o televisivi", testo poi riprodotto dall'art. 10, co. 7, lett. c), del d. Igs. n. 368 del 2001.
Per tale orientamento "il prescritto requisito della specificità esige che le caratteristiche oggettive dello spettacolo o del programma richiedano un apporto peculiare e temporaneo, che non possa essere fornito dal personale assunto in pianta stabile; pertanto, va esclusa la liceità dell’apposizione del termine nell'ipotesi di mera individuazione nel contratto dello spettacolo o del programma per la cui realizzazione il dipendente sia assunto, senza alcuna specificazione circa la natura e lo scopo di essi e prescindendo dalla temporaneità delle esigenze che rendono necessaria l'assunzione" (Cass. n. 22657 del 2012, con ivi ulteriori richiami; Cass. n. 15455 del 2012; Cass. n. 774 del 2000).
Si è altresì affermato che "in tema di assunzioni a termine di lavoratori dello spettacolo (L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, comma 2, lett. e, come modificato dalla L. 23 maggio 1977, n. 266), non solo è necessario che ricorrano contestualmente i requisiti della temporaneità e della specificità, ma è indispensabile, altresì, che l'assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca, con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma, sicché non può considerarsi sufficiente ad integrare l'ipotesi di legittimo ricorso al contratto-a tempo determinato la mera qualifica tecnica od artistica del personale correlata alla produzione di spettacoli o programmi radiofonici o televisivi, occorrendo che l'apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell’azienda" (Cass., 27 marzo 2014, Cass. n. 7243 del 2014; Cass. n. 11573 del 2011). Sicché "anche un programma specifico e temporaneo non legittima di per sé una assunzione a termine per prestazioni generiche (comunque reperibili attingendo all'organico stabile dell’impresa), ma solo quando alla specificità dello spettacolo concorre necessariamente il peculiare apporto professionale, tecnico o artistico degli autori che lo realizzano, gli attori che lo interpretano, etc., il quale non è facilmente fungibile col contributo realizzabile dal personale a tempo indeterminato dell'impresa" (Cass. n. 3308 del 2012). E sulla specificità si è altresì statuito che, sempre nell'ipotesi di cui alla lett. e) del detto art. 1, comma 2, "la specificità dello spettacolo o del programma, mentre non implica la straordinarietà e la occasionalità, richiede che lo spettacolo o il programma radiotelevisivo, oltre ad essere destinato a sopperire ad una temporanea necessità sia caratterizzato dall'appartenenza ad una species di un certo genus e sia, inoltre, individuato, determinato e nominato" (Cass. n. 774 del 2000).
Tali enunciati sono stati ritenuti operanti anche con riferimento ad assunzioni effettuate a norma dell’art. 1, co. 2, lett. a) della I. n. 230 del 1962 e del n. 49 dell'elenco delle attività stagionali contenuto nel D.P.R. 7 ottobre 1963, n. 1525, in relazione ad una "stagione teatrale" programmata. Anche In questo caso deve sussistere un rapporto funzionale tra assunzione al lavoro e stagione teatrale, nel senso che "la durata limitata del rapporto lavorativo deve trovare giustificazione nelle esigenze e nella durata della suddetta "stagione teatrale", intesa come serie di spettacoli consecutivi, programmati in un arco temporale che, se anche di durata più estesa delle , deve esaurirsi nell’anno, in ragione di quanto avviene nella realtà fattuale e dell’esperienza del settore" (Cass. n. 9878 del 1998).
L'applicazione rigorosa di tali principi ha indotto questa Corte a cassare pronunce di merito laddove avessero omesso adeguati accertamenti "in ordine alla sussistenza delle causali che, nel vigore delle leggi applicabili ratione temporis, rendono legittimo il ricorso al contratto a tempo determinato" con enti lirici (Cass- n. 5748 del 2014; Cass. n. 5749 del 2014; Cass. n..7243 del 2014), sottolineandosi poi che le ragioni debbono essere specifiche e particolareggiate sia con riferimento al primo contratto sia con riguardo a quelli reiterati (Cass. n. 1931 del 2011).
4.4. - Il Collegio giudica che anche la Corte napoletana si sia discostata da detti principi ritenendo legittima la reiterata e pluriennale costituzione di rapporti a termine tra la S. e la Fondazione Teatro di San Carlo sulla base - in sintesi - dei seguenti argomenti: "le assunzioni a termine ... sono state effettuate tutte per spettacoli specifici, analiticamente individuati nei singoli contratti", tutti "di durata coincidente con gli spettacoli o le stagioni indicate"; circa la temporaneità delle esigenze, "la breve durata di tali contratti, al più in taluni casi limitata a singole stagioni, non depone certo per la sussistenza di una persistente continuativa esigenza lavorativa"; "la particolare natura della prestazione lavorativa dedotta nei contratti a termine (cantante del coro) implica di per sé un apporto individuale di carattere non generico ma avente un'impronta distintiva e caratterizzante".
In tal modo la sentenza impugnata trascura di considerare che - per quanto innanzi detto - va esclusa la liceità dell'apposizione del termine nell'ipotesi di mera individuazione nel contratto dello spettacolo o del programma per la cui realizzazione il dipendente sia assunto, senza alcuna specificazione circa la natura e lo scopo di essi e prescindendo dalla temporaneità delle esigenze che rendono necessaria l’assunzione.
Inoltre è necessario ricorrano contestualmente i requisiti della temporaneità e della specificità. Il primo requisito implica che il rapporto si debba riferire ad un’esigenza di carattere temporaneo, da intendersi certo non nel senso di straordinarietà od occasionalità dello spettacolo, ma non basta neanche che la durata sia ancorata ad intere stagioni teatrali; la temporaneità degli spettacoli, poi, non può essere tale rispetto a ciascuno di essi singolarmente esaminato, dovendo risultare, al contrario, da una globale considerazione circa lo svolgimento della ordinaria e continuativa attività produttiva di spettacoli per tutte le molteplici produzioni allestite ed inscenate dalla fondazione lirica. Il requisito della specificità, invece, comporta che lo spettacolo debba essere caratterizzato anche dall'atipicità o singolarità rispetto ad ogni altro spettacolo normalmente e correntemente organizzato dall'azienda nell'ambito della propria attività. Quindi i suddetti due requisiti sono da intendersi tra loro strettamente connessi, perché solo se lo spettacolo è specifico, e quindi dotato di proprie caratteristiche, idonee ad attribuirgli una propria individualità e unicità, esso si configura come un momento episodico dell'attività imprenditoriale, e, perciò, risponde anche al requisito della temporaneità.
Infine non può considerarsi sufficiente ad integrare l'ipotesi di legittimo ricorso al contratto a tempo determinato la mera qualità artistica della prestazione, occorrendo, invece, che l’apporto dei peculiare contributo professionale del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell'azienda; all'uopo appare incongruo sostenere l'unicità dell'apporto individuale della cantante di un coro, non surrogabile da! personale facente parte di un coro stabile.
Pertanto la sentenza impugnata deve essere cassata onde consentire al giudice del rinvio un nuovo esame delta fattispecie concreta, alla stregua dei principi di diritto innanzi esposti.
5. - Conclusivamente il primo motivo di ricorso deve essere accolto, con assorbimento del secondo mezzo di gravame, e la sentenza impugnata va cassata con rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito, provvedendo altresì a regolare le spese.
P.Q.M. Accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese.
 
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